I diamanti coltivati in laboratorio e quelli estratti sono quasi indistinguibili. Sono identici nell’aspetto e nella composizione chimica. Le poche sottili differenze derivano dal processo di crescita e non ne rispecchiano la qualità. Queste differenze possono essere individuate solo da gemmologi appositamente formati, con strumenti avanzati sviluppati proprio a questo scopo.

Diamanti coltivati in laboratorio e diamanti estratti: morfologia

La differenza principale tra i diamanti estratti e quelli coltivati in laboratorio è la loro morfologia, ovvero la forma naturale che hanno prima del taglio e della lucidatura. I diamanti estratti hanno la forma di un ottaedro. I diamanti HPHT hanno la forma di un cubottaedro, mentre i diamanti CVD, come quelli VRAI, hanno la forma di un cubo. La loro morfologia naturale non influisce sull’aspetto una volta tagliati e lucidati nella forma desiderata. Inoltre, i diamanti estratti contengono tracce di azoto provenienti dal terreno in cui si sono formati.

Diamanti coltivati in laboratorio e diamanti estratti: inclusioni

Sia i diamanti estratti sia quelli coltivati in laboratorio presentano inclusioni che si formano naturalmente durante il processo di crescita. Entrambi i metodi di origine producono occasionalmente diamanti puri alla lente, rari e molto preziosi. Sia i diamanti estratti sia quelli creati artificialmente devono essere classificati in base alla purezza, su una scala che va da puri alla lente a «con inclusioni». I simulanti del diamante, come la zirconia cubica, non presentano queste inclusioni e quindi non possono essere classificati in base alla purezza. Ciò dipende dalla loro composizione chimica, non dal processo di laboratorio.

Diamanti coltivati in laboratorio e diamanti estratti: «scintillio»

I diamanti coltivati in laboratorio e quelli estratti «scintillano» allo stesso modo, perché sono entrambi diamanti autentici. Tuttavia, il termine usato da gioiellieri e gemmologi per descrivere lo scintillio è brillantezza.
La brillantezza di un diamante dipende dalla sua capacità di riflettere o rifrangere la luce. La luce entra nel diamante e viene poi riflessa dalle sue superfici interne, chiamate faccette. È l’interazione della luce con le diverse superfici del diamante a conferirgli brillantezza. La presenza di luce bianca all’interno di un diamante è un indicatore della sua autenticità, indipendentemente dalla sua origine.
La brillantezza di un diamante dipende dal suo taglio. Un diamante tagliato male non brilla quanto un diamante con un taglio di alta qualità. I simulanti del diamante, come la zirconia cubica, non rifrangono la luce allo stesso modo e hanno una brillantezza scarsa o nulla.

Diamanti coltivati in laboratorio e diamanti estratti: «fuoco»

La luce arcobaleno o colorata è detta «fuoco» di un diamante. Tuttavia, il fuoco di un diamante dovrebbe apparire solo sulle sue superfici esterne, sia che sia stato creato dall’uomo o estratto. Se osservando attentamente una pietra si vedono colori arcobaleno al suo interno, è probabile che sia sintetica.
La moissanite e la zirconia cubica sono note per riflettere molta luce arcobaleno. Anche se alcuni apprezzano questi colori, l’«effetto palla da discoteca» che si verifica quando una delle due pietre viene esposta alla luce naturale è uno dei modi più semplici per riconoscerle come imitazioni e non come diamanti autentici.

 

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